La gravità della situazione (The Specific Site)testo - manuela macco

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La gravità della situazione (The Specific Site)
Barbara Fragogna, febbraio 2018
23.02-03.03.2018 / Manuela Macco. The Specific Site, a cura di Barbara Fragogna, Galleria Moitre, Torino (IT)

Tu stai lì, sulla terra magnetica. Muoviti, ritorciti, trova il tuo stato calmo. Rilassati, se puoi. Se vuoi. In loop.
Dimmi che cerchi l’infinito in un rettangolo vitruviano (ma più stretto perché sei femmina), dillo a tutti che l’infinito è l’indulgente stasi di un catastrofico caos cellulare in cui fibrillano le mai immobili particelle di ogni Sé. Al contrario dell’apparente placido silenzio tutto quel rumore limbico si fa fruscio frenetico, raspante attrito, formicolante pulsione, disturbo boato. A patto che il tuo interlocutore sia adepto e rispettoso. La sua attenzione sia cassa risonante, amplificatore che traduce il bisbiglio in fracasso, lo specchio in frantumi.
Scivolando tra i dieci precisi movimenti del quotidiano sforzo di mettersi in pace proponi metafore esistenziali e possibili soluzioni. Quel rettangolo di un confino autoinflitto produce l’alibi della sua stessa fuga, regola imposta e immediatamente infranta e ancora imposta e ancora infranta. Tu che sei l’artefice del tuo essere te (quella che non vuole stare dentro ma che si mette dentro su misura), che affermi il diritto di indossarti l’io. Autodeterminante e incerta. Abbandonante e imperativa. Ingabbiante ed evasiva. Cerchi il luogo in cui essere conscia-sublime-naturalmente felice, sei capace di adattare quel luogo all’ovunque?
La trama larga dell’essenza trapassata dai neutrini. Tutto il corpo è strumento di precisione, sensi allenati all’ascolto, pronti a reagire e a plasmarsi, occhi che non focalizzano il fulcro per vedere l’insieme nel suo spettro energetico, abbandonata alla terra inevitabilmente vinta dalla sua gravità, paradossalmente (assurdamente?) in lotta contro la gravità. Una guerra di confine tra impulso e impulso, tra sé e sé.
Manuela Macco è perfetta nel suo essere il morphing di noi, il suo movimento performativo è il mantra di chi l’osserva (non solo suo), è l’occasione, il regalo inaspettato di un momento di contemplazione imposto, scomodo, imbarazzante a tratti ma gradito. La sua ricerca ne spinge il corpo ai limiti della mente, il bordo sborda, il confine si sfalda, l’azione ha un(a) fine, fugge. (C’è un’analisi mistica, una rincorsa inerte, una contemplazione isterica.)
C’è la volontà, in questo precisissimo momento, in questo specific site, di dire tutto e di spiegarlo per bene attraverso il corpo / lo sguardo / la postura ma anche attraverso lo schermo / proiezione di un’azione dis-identica già compiuta in privato per un pubblico fantasma, e attraverso la pellicola di uno sviluppo manipolato / forzato / elaborato per mezzo dello stesso elemento che ne delimita la reminiscenza di frontiera (il nastro carta) e ancora di più, attraverso il documento / residuo esposto a completare la formula del discorso che insiste a mirare alla banale e impossibile conoscenza del Sé.
E’ possibile che ci siano più risposte alla stessa domanda? Esondano.

 
 
 
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