Dress testo - manuela macco

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Dress
Silvia Iracà, maggio 2010
28.05.2010 / Manuela Macco. Dress, Atelier Soldina Galerie, Berlin (DE)

oggettiva
il pubblico attende davanti alla vetrina della piccola galleria
non può vedere nulla perché i vetri sono stati rivestiti dall’interno con pagine di giornali italiani
d’un tratto un foglio di giornale in posizione centrale viene staccato: dal buco che si è creato si scorgono le mani dell’artista che posizionano quel foglio sul proprio petto, a fasciarlo, e staccano del nastro adesivo per fissarlo addosso
i movimenti sono lenti e curati

i giornali sono fatti aderire e fissati con il nastro, avendo cura di creare un vestito molto stretto e femminile, dapprima corto, fintanto che i giornali che coprivano parte della vetrina centrale e tutto il vetro della porta d’ingresso sono stati rimossi
poi la porta viene aperta e il pubblico può entrare nell’unica stanza di cui si compone la galleria
lentamente si conclude la svestizione della vetrina e la contemporanea composizione dell’abito di carta che va a coprire il corpo nudo dell’artista, abito che intanto si è allungato fino ai piedi e ha due spacchi laterali
sul pavimento, ai piedi dell’artista, sono adagiate su più strati altre pagine di giornali
per continuare l’azione l’artista deve raccoglierli da terra, ma il vestito le inibisce movimenti fluidi e a stento le permette di piegarsi, tanto che è costretta a compiere delle torsioni del busto e delle gambe per evitare di strappare ciò che è già stato cucito
a mano a mano che l’azione prosegue gli strati di giornali si sommano sul corpo dell’artista e l’iniziale foggia femminile dell’abito è ormai irriconoscibile

il tempo è scandito dalla cadenza con cui ciascuna pagina di giornale viene raccolta e applicata addosso: è un tempo estremamente dilatato perché l’operazione si fa sempre più faticosa

dopo circa quaranta minuti il corpo dell’artista è completamente ricoperto dai giornali fatta eccezione per la testa e la punta delle dita, con cui maneggia con sempre maggiore difficoltà il rotolo di nastro adesivo, a tratti aiutandosi con i denti per staccarne dei pezzi
quando un lembo di giornale si strappa o si stacca ha cura di riattaccarlo con il nastro

negli ultimi minuti anche la testa è ricoperta da una scomposta calotta di giornali
la donna è scomparsa, al suo posto si erge un essere che ha perso qualsiasi fattezza umana
con i fogli di giornale residui anche il volto è stato coperto

l’artista, in piedi senza più giornali da raccogliere e applicare, infila il rotolo di nastro adesivo al polso e sta immobile per alcuni istanti di fronte al pubblico

poi lentamente, infilando i passi con estrema cautela, comincia a muoversi facendosi strada nella sala
giunge infine alla cieca alla parete di fondo della sala, opposta alla vetrina, dove c’è una porta che dà sul retro, ne raggiunge la maniglia, la apre e lentamente scompare richiudendola alle proprie spalle

soggettiva
il quartiere sembra tranquillo, non ci sono segni che rimandino alla vivacità culturale della Berlino che ci si lascia a sud in poche fermate di metropolitana
lungo la strada principale insegne di negozi recano per lo più scritte in turco, qualche commerciante (anche asiatico) fa capolino dall’uscio e si guarda intorno senza curiosità
quella strada ampia ma poco trafficata divide in due wedding, separando la zona a ovest, dicono più instabile socialmente, da quella a est più tranquilla
è da questa parte, nella via che prende il nome dalla chiesa che sorge all’angolo, che si trova la galleria soldina, una delle molte presenti nel quartiere, la wedding kolonie, la colonia di wedding appunto

come coloni di antica e moderna memoria le artiste e gli artisti che lavorano qui finiscono per essere un’enclave separata e distinta dai residenti del quartiere di nazionalità turca e quando, una volta al mese, in veste di galleriste e galleristi aprono i loro spazi per presentare ed esporre lavori di altre artiste e artisti locali e internazionali, ad affluire è un pubblico forestiero, o alla meglio i nuovi residenti berlinesi, che con la caduta del muro hanno optato per appartamenti decisamente più a buon mercato

la galleria soldina è un piccolo spazio con una sola vetrina che si affaccia sull’ampio marciapiede, lungo il quale corre immancabile la pista ciclabile all’ombra di un filare di alberi
ragazzini e donne, i primi bighellonando o giocando al pallone, le seconde impegnate in commissioni, ma raramente in strada da sole, spesso in gruppi di due o tre, popolano sparuti le vie del quartiere
gli adolescenti percorrono le strade in gruppetti a passo veloce e sembrano marcare il territorio, parlano tra di loro ad alta voce, e anche questo è il segno di una volontà di onnipotenza
gli uomini si vedono uscire dai portoni degli edifici e varcare la soglia di qualche bar, anche loro sempre in coppia o in piccoli gruppi
gli unici a non sembrare indifferenti a quanto accade davanti alla galleria sono i ragazzini, che anzi si direbbe vogliano farsi notare piazzandosi a giocare proprio davanti alla vetrina, di tanto in tanto gettando uno sguardo tra il curioso e lo stizzito, qualcuno con aria tronfia e furbetta ammiccando ai compagni lancia anche uno sputo

chissà se in segno di disprezzo o di imbarazzo?

la gallerista sta terminando di presentare al pubblico (circa una quarantina di persone di età varia) la sua galleria e l’artista ospite

la donna è nata in ucraina, vissuta a lungo in italia, e approdata infine in germania
qui a berlino si dedica alla sua arte, ma discontinuamente, perché per racimolare il denaro del canone di locazione della galleria è obbligata a procacciarsi lavori occasionali e così di tempo per ideare e realizzare i suoi lavori ne rimane ben poco
è preoccupata perché la sua artista ospite le ha anticipato qualche dettaglio audace della sua performance e lei sa che gli uomini del quartiere hanno idee molto retrive su cosa alle donne sia concesso fare, e queste, dal canto loro, mostrano un’inerme accondiscendenza al diktat maschile
soprattutto non capisce perché la performer voglia presentare un lavoro sulla condizione delle donne in italia proprio qui a wedding
e poi, si chiede, veramente in italia l’emancipazione e la dignità femminili hanno perso così tanto terreno?
ma adesso è contenta, perché il pubblico è giunto numeroso e forse ora la soddisfazione e la curiosità hanno la meglio sulle sue ansie

d’un tratto la luce all’interno della galleria si accende, trascorrono pochi istanti e al centro della vetrina un foglio di giornale comincia a muoversi
con una sequenza di gesti calmi e precisi, come in un rituale, le mani della performer, per ora la sola parte visibile del suo corpo, staccano quel primo foglio dalla vetrina, lo posizionano sul petto, infilandolo sotto le ascelle, che lo bloccano
dal polso fa scivolare giù un rotolo di nastro adesivo con cui quella prima pagina di quotidiane parole italiane è fissata come un top sul petto
anche una seconda pagina scivola verso l’interno, staccata dalla vetrina e posizionata questa volta sui fianchi a coprire la parte inferiore del corpo
inizio a intuire l’obiettivo: l’artista si vestirà di quelle pagine di giornali con cui ha rivestito la vetrina
si confezionerà un abito con quelle stesse parole e immagini che quotidianamente ci allontanano dalla realtà, mistificandola
ha scelto quindi di mostrare di cosa le donne italiane, ma non solo, si vestano quotidianamente, illudendosi di essere protagoniste di questa azione
mentre compie quest’azione è però guardata
mi viene spontaneo associare lo sguardo del pubblico, il mio sguardo qui in questa sala espositiva, allo sguardo della società, nella realtà della vita di ogni donna
essere guardate significa anche essere agite da quello sguardo e quindi da altri, significa perdere, nel migliore dei casi, o peggio, non aver mai posseduto, la libertà di una scelta attiva, essere ridotte alla passività di oggetto del possesso e del governo, perché a essere posseduti e governati sono innanzitutto i nostri corpi e con essi le nostre emozioni, i nostri pensieri, le nostre intimità
quanto di maschile risieda in quello sguardo altrui che preordina e preconfeziona l’immagine femminile a suo piacimento non siamo in grado di stimare nella sua effettiva portata
mi basta pensare però che spesso siamo noi per prime ad adottare quello sguardo liberticida verso il mondo tutto, e verso quello femminile in particolare
lentamente, pagina dopo pagina, pezzo dopo pezzo quel vestito che l’artista si sta cucendo addosso si configura come l’abito con cui la società pretende di vestirci per esibirci al mondo
da principio ci calza come un guanto
la performer ha cura di modellarlo seguendo le forme del proprio corpo

si veste come vestivamo le bambole da bambine, compiacendoci delle innumerevoli fogge che potevamo inventare per dar libero sfogo alle nostre fantasie di piccole donne

ora i giornali della vetrina sono terminati, e chi vuole può entrare nella sala
al di qua del vetro l’artista sta in piedi, concentrata in quello che per ora ha tutta l’aria di essere un gioco
sotto i suoi piedi si allarga un tappeto di altri giornali
ecco che quel corpo, dapprima nudo, nascosto dietro la vetrina tappezzata di giornali, ora ci si presenta ornato di un vestito lungo e molto aderente, che lascia le spalle scoperte e ha due profondi spacchi laterali

sembra la cenerentola di walt disney

la performer non guarda intorno a sé, i suoi occhi fissano le pagine che giacciono ai suoi piedi e presto capiamo che vuole proseguire il suo gioco
si appresta a raccogliere da terra un primo foglio, ma quel lungo tubino la stringe oltremodo, per cui è costretta a contorcersi per poter raggiungere con la punta delle dita il suolo
ecco, ce l’ha fatta: ora avvicina quella pagina al corpo e, come in precedenza, la posiziona, bloccandola mentre cerca di srotolare il nastro per fissarsela addosso
per avere un’idea della tensione che questo gioco produce, immaginate che il tempo che qui spendo per descrivere ogni singolo gesto sia il tempo che in effetti impiega la performer per compierlo

sebbene i gesti si ripetano a disegnare la struttura di un’azione che ha un inizio e anche una forse prevedibile fine, proprio in questa circolarità mantrica del gesto si aprono spazi e tempi per la riflessione: non intervengono colpi di scena, né azioni diversive provocatorie: la situazione attinge la propria forma dal quotidiano
ma i contenuti scaturiti da questo contesto extraquotidiano svelano come in un gioco di specchi ciò che si nasconde dietro la banale e scontata quotidianità
chiavi di senso che dovrebbero aprire la coscienza, responsabilizzare l’agire nel mondo, nutrire di sentimento il rapporto con gli altri
il pubblico è molto attento e sembra partecipare emotivamente alla fatica dell’artista

nella vita le persone raramente prendono coscienza di essere costrette a indossare quotidianamente panni che non appartengono loro, illudendosi invece di operare una scelta consapevole, anestetizzate di fronte al dolore e al disagio che questo potente condizionamento genera in loro stesse e negli altri
quei panni, come i giornali di politica economia e sport che l’artista sta usando per vestirsi, sono in realtà il prodotto di una scientifica manipolazione decisa da altri, per ottundere le coscienze con una criminale distrazione di massa

la performer, gesto dopo gesto, minuto dopo minuto, procede inesorabile la sua opera di vestizione: sotto quelle pagine di quotidiani, che sempre più faticosamente raccoglie da terra, il suo corpo inizia a soffrire
dov’è finita la cenerentola?
ora dinnanzi a noi si muove faticosamente un cumulo di giornali che continuano a sovrapporsi uno sull’altro, sotto i quali è ormai praticamente impossibile indovinare le forme femminili che lo animano
la donna è soffocata, fagocitata da quelle parole, da quelle immagini che si appiccica addosso, che le appiccicano addosso, eppure continua imperterrita, meccanicamente, determinata a concludere quell’opera di autonascondimento, di autocensura, di perdita di sé
una giovane artista sta scattando molte foto

mi piace questa ragazza, è bella e straniera, sa di bohème, un fiore d’acciaio, si direbbe
chissà come sta vivendo l’azione che le si presenta davanti all’obiettivo? chissà se anche lei, come me, si sente toccata così profondamente da questo lavoro?
ma qualcosa mi dice che il diaframma attraverso cui guarda la realtà sembra estraniarla da questa triste storia non solo italiana

il pubblico che prima si era concesso qualche istante di decompressione, uscendo a fumare una sigaretta e guardando l’azione un po’ più distrattamente dalla vetrina, ora è tornato vigile, la tensione è rimontata, di nuovo il silenzio accompagna i momenti finali della performance

impressiona soprattutto non vedere nemmeno più un angolo del volto e della testa dell’artista, mi chiedo come faccia a respirare, mi chiedo come possa sopportare il caldo che si produce da quella spessa tuta da cosmonauta
ecco sì, sembra proprio una cosmonauta che goffamente si muove in uno spazio privo di forza di gravità
eppure qui in questo spazio extraquotidiano questi gesti e questi movimenti hanno un peso, scandiscono un ritmo emotivo che risuona in me, come credo risuoni in tutti i presenti

fuori la sera è ormai inoltrata
in qualche strada vicina, altri artisti e altro pubblico si sono incontrati per il week-end della wedding kolonie, sono le poche voci e presenze che ancora animano il quartiere
il resto di wedding infatti tace, tutto raccolto negli interni domestici
anche gli ultimi curiosi dispettosi ragazzini sono evaporati insieme alle poche gocce di pioggia del pomeriggio

qui, in questa città straniera, una mia connazionale sta mettendo in gioco la sua vita di donna e di femminista, il suo universo etico ed artistico, e lo fa senza sconti, senza ammiccamenti, senza compiacimenti
semplicemente e potentemente con la sua presenza

la cosmonauta si è fermata: i giornali sono finiti
pochi istanti di immobilità e poi il lento cammino e l’uscita

ci lascia così e noi ci dimentichiamo per un istante di respirare, sospesi, come sospeso è questo finale
non c’è soluzione

 
 
 
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